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LE RAGIONI DEI PENSIONATI INPGI IN VISTA DEL RINNOVO ELETTORALE DI FEBBRAIO

LE RAGIONI DEI PENSIONATI INPGI IN VISTA DEL RINNOVO ELETTORALE DI FEBBRAIO  di Romano Bartoloni presidente del Gruppo romano giornalisti pensionati e candidato al consiglio generale

1) Ribadire il no senza se e senza ma a un eventuale illegittimo e arbitrario prelievo forzoso sulle pensioni che costituiscono un diritto consolidato e intangibile. La funzione istituzionale e statutaria dell’Inpgi, ente erogatore e non manipolatore, è di pagarle e non di tagliarle, sostituendosi in compiti propri del legislatore nel settore impositivo e previdenziale (al quale l’Istituto si è sempre uniformato). Non ha titolo per ridurle perché sarebbe in contrasto con gli art. 3 e 53 della Costituzione cittadini tutti uguali (lavoratori e pensionati ndr) di fronte alla legge e al fisco; e ancora con gli art. 36 la pensione è una retribuzione differita e 38 diritto a mezzi adeguati alle esigenze di vita (perequazione ndr); e in barba a sette sentenze della Cassazione (le Casse private non possono imporre contributi con atto amministrativo). Su queste conclusioni di carattere normativo e giuridico concordano i pareri legali raccolti dai colleghi, le determinazioni dell’assemblea dei magistrati in pensione (11/11/2015), rafforzati da cinque mesi di eloquenti silenzi da parte dei ministeri vigilanti sulla validità della cosiddetta manovra salva-Inpgi. Ma è l’intera manovra correttiva (rincaro delle aliquote contributive per chi è al lavoro), così come è congegnata, appare inadeguata a colmare l’abisso nel rapporto tra introiti e prestazioni sociali. Inadeguata perché scava e riscava in terreni già sfruttati e inariditi con l’obiettivo di realizzare la bella cifra  di 80 milioni l’anno che, nel giro di 10, dovrebbero riossigenare i bilanci del 60/70% con il resto 30% in balia delle tante incognite.  

2) L’obiezione della straordinarietà e dell’esiguità del prelievo sono uno specchietto per le allodole per sorprendere la buona fede dei pensionati e per indurli a cedere per dubbio di coscienza. Il contributo di solidarietà già viene dato abbondantemente. L’Inpgi ha incassato dai pensionati oltre 20 milioni di euro in 4 anni e altrettanti ne ricaverà fino al 2018 dalla negata rivalutazione dei vitalizi al costo della vita, e dalle sforbiciate sui più alti in base alla legge 147/2013. In soldoni, una pensione mensile lorda di 3mila euro ha perso dal 2011 ad oggi 5.713, 47 pari a una media mensile di 102 euro. Una di 5.350 euro ha perso 9.378,59 pari a a una media mensile di 167 euro. Una di 6.850, sempre lorda, 11.718,03 pari a 209 media mensile (tutti calcoli dello studio legale Frisani). Negli ultimi 10 anni i pensionati hanno lasciato intorno al 20/25% del potere di acquisto sia per la ridotta o azzerata indicizzazione, peraltro destinata a un congelamento infinito, sia per il rincaro fiscale (le addizionali Irpef aumentate del 150%). Diversamente dall’Enpam, l’Inpgi ha imposto il blocco della perequazione  con atto amministrativo ai limiti della legittimità, piegandosi alle decisioni del governo in base a un regolamento di esile validità, e non a norme statutarie.

 

3) A parte il già dato abbondantemente, i giornalisti pensionati mal sopportano il senso di ingiustizia che caratterizza la richiesta di tagli sotto il profilo del metodo e della procedura, e senza effettive garanzie sulla sua eccezionalità e temporaneità, perché la solidarietà non può essere frutto di una delibera, bensì di un gesto di spontanea e volontaria liberalità. Metterli davanti al fatto compiuto e non consultarli uno per uno magari soltanto via email (non è un’impresa impossibile) è apparso come un atto di sopruso. Prima di mettere le mani nelle tasche, sarebbe saggio, prudente e lungimirante stabilire un rapporto limpido, chiaro e trasparente. Peraltro, si potrebbe valorizzare il contributo di un centinaio di addetti ai lavori, tra consiglieri di amministrazione, sindaci, consiglieri generali, fiduciari, funzionari di primo livello. Le decisioni calate dall’alto e il clima da top secret sull’effettiva efficacia della manovra e sul futuro dell’Inpgi alimentano il sospetto di un atto punitivo e discriminatorio idoneo ad istigare allo scontro generazionale.

4) Lotta senza quartiere al lavoro nero e all’elusione contributiva (solo nel settore degli uffici stampa si annidano 15mila evasori). La condizione di illegalità diffusa inquina il mercato dell’informazione e sottrae grandi risorse.

5) Senza un rilancio dell’occupazione e  un ampliamento del perimetro del contratto e della base contributiva previdenziale, i sacrifici imposti con la manovra lacrime e sangue rischiano di vanificare le aspettative. E’ un’illusione che, raschiando il fondo della botte, si possano rimettere in sesto i conti. Mentre i posti di lavoro sono crollati del 18% (meno del 10% in altre settori), i contrattualizzati Inpgi 1  sono circa 15 mila, i pensionati (oggi 8mila) e in costante aumento per  una politica suicida degli editori. A rischio di estinzione del mestiere di giornalista, non possiamo permetterci che 60mila (secondo il presidente Camporese) tra free-lance, co.co.co. e figure professionali equivalenti restino fuori della porta del contratto e delle tutele sindacali e legali, specie se ormai rappresentano la base sulla quale si poggia e si sviluppa l’informazione.

6) Radicale riforma della legge 416 che ha consentito stati di crisi aziendali fasulli, disoccupazione generalizzata, prepensionamenti e contratti di solidarietà a raffica, stravolgendo gli assetti del bilancio Inpgi, ed erodendo il monte delle  pensioni di oggi e di domani. Altro duro colpo è inferto dallo scandaloso sperpero dei contributi figurativi e dei vitalizi regalati alla casta. Gli ammortizzatori sociali stanno diventando un onere insopportabile e andrebbero rimessi alla fiscalità generale come avviene  in ogni altro settore del mondo del lavoro. Se  il mercato non si rianima, se l’editoria non cambia registro, e se le contribuzioni previdenziali non risalgono la china, la bancarotta dell’Inpgi appare ardua da scongiurare, manovra o non manovra correttiva. Finora il peggio è stato evitato grazie alla rete di sicurezza del patrimonio immobiliare che, peraltro, la legge ci impone di ridimensionare notevolmente.

7) L’Inpgi si è dato nel 2015 un codice etico e un regolamento sulla trasparenza nella gestione degli atti amministrativi, nell’azione di governo, nella disciplina interna. Speriamo che sia la volta buona per rispettare il diritto dei soci, a sapere, a conoscere, diversamente da oggi, ogni piega dell’attività dell’Istituto in corso d’opera, soprattutto se comporta una manovra straordinaria di sacrifici, e si profila dietro l’angolo le dismissioni di una larga fetta di immobili ( una riduzione di ben il 50%) con annessi problemi per i colleghi inquilini. Mentre nel sito dell’Inps, ogni forma di retribuzione (compreso i Cud), ogni atto amministrativo, ogni ripartizione della spesa, ogni collaborazione, ogni tipo di statistica, ogni punto e virgola è messo nero su bianco, nel nostro sono riportati solo i bilanci e il lotto di compensi. Nell’interesse dei colleghi e dei pensionati di oggi e di domani, specie quando si rischia il dissesto finanziario e si allungano persino sulla presidenza dell’Istituto le ombre inquietanti delle inchieste giudiziarie, l’Istituto deve convincersi a spalancare porte e finestre sugli atti della governance nel segno della chiarezza, della limpida correttezza e dell’accessibilità.

8) A cominciare  da un documento unanime  della direzione dell’Associazione di stampa  romana, da più parti si invoca un ritorno all’impegno di servizio negli organismi di categoria, oggi pletorici e troppo costosi. Non è più rinviabile una radicale riforma statutaria che azzeri o riduca all’osso il consiglio generale dell’Inpgi (oggi composto da 62 consiglieri gettonati), avvii una cura dimagrante,  faccia le pulci ai conti con la mano dello spending review,  prosciughi gli assetti dei vertici e della dirigenza amministrativa, riesamini a misura della realtà economica i livelli dei compensi. Mentre  il presidente dell’Inps, che gestisce decine di milioni di vitalizi, riceve una retribuzione di 103.971,36 euro, quello dell’Inpgi prende 255.728 euro (per i dirigenti pubblici il tetto è diventato di 240mila euro). L’attuale direttore generale dell’istituto raggiunge i 208.905, sette su otto dirigenti hanno retribuzioni largamente superiori alle 100mila euro fino a un massimo di 150mila circa. I dati sono leggibili sui siti dell’Inps e dell’Inpgi. Se la rottamazione di colleghi ancora giovani e prestanti senza rimpiazzi decentemente  retribuiti sta mettendo alle corde l’intero sistema istituzionale e organizzativo della categoria, le tanti voci delle spese, oltre quelle istituzionali, diventano irragionevoli con questi chiari di luna. Già l’obbligo statutario del pronto soccorso della solidarietà è stato ridotto al lumicino.

9) I pensionati italiani sono i più tartassati d’Europa, e sborsano al fisco più dei lavoratori in attività perché hanno meno agevolazioni (niente perequazione ad es.). Su 145,9 miliardi che l’erario incassa ogni anno da oltre 40milioni di contribuenti, ben 44,4 miliardi provengono dalle buste paga dei lavoratori a riposo. L’Italia è l’unico Paese al mondo che non offre agli anziani né sconti sulle tasse, né altri benefici di carattere sociale, con l’effetto dell’inquietante fenomeno dell’ esodo in massa all’estero (ne sono fuggiti già in 500mila). 

10) Il giornalista pensionato non perde la tessera dell’ordine e ha pieno diritto di continuare ad esercitare la professione, purchè per ragioni di correttezza e lealtà intergenerazionale, non sia reimpiegato nelle stesse aziende editoriali di provenienza. Va garantita la libertà di cumulo tra diversi redditi come per le altre categorie di pensionati e di lavoratori.